#CultInQuarantena I SOLITI SOSPETTI

Mentre la quarantena continua noi del Blog abbiamo deciso di aprire questa nuova rubrica: Cultinquarantena, nella quale vi consiglieremo alcuni film ormai diventati cult che occupano un posto importante nella storia del cinema.

I SOLITI SOSPETTI
A New York 5 criminali, accusati di aver rubato un camion pieno d’armi, vengono portati in centrale per un confronto all’americana. Verranno rilasciati per insufficienza di prove, ma in cella, durante l’attesa, decidono di mettersi insieme per un colpo. Le cose sembrano andare a gonfie vele per la nuova banda di malviventi fin quando una misteriosa figura, Keyser Soze, si metterà sulla loro strada…

Per la regia di Bryan Singer e la sceneggiatura premio oscar di McQuarrie, I soliti Sospetti è un film che fa della narrazione il suo principale punto di forza. Il film si sviluppa infatti in 2 livelli e mescola diversi generi, dal Noir al Thriller passando dal poliziesco e addirittura in alcune sfumature, al Fantasy. Perfetto il ritmo del film che diventa mano a mano più incalzante e brillante la scelta di farlo in entrambi i livelli narrativi.

Una delle trovate più geniali della pellicola è quella del personaggio di Keyser Soze; presentato al pubblico e visto dai personaggi come una figura mitologica, quasi il cattivo di una favola che i criminali raccontano ai loro figli. Più volte durante il film, la figura di Keiyser Soze agisce come qualcosa di distante, irraggiungibile, come un’ombra di cui tutti hanno paura. Proprio questa particolare costruzione del personaggio, ben inserita all’interno della trama e fulcro dell’intera opera, renderà il finale, già di per sé grandioso, uno dei migliori della storia del cinema.

Da segnalare la prova attoriale di Kevin Spacey che gli varrà il premio oscar.

PARASITE – LA RECENSIONE

Prima di iniziare a scrivere questo articolo, ho digitato su internet la parola parassita per cercarne la definizione e sono rimasto vagamente sorpreso di quanto sia rappresentativa del film. In biologia, qualsiasi organismo animale o vegetale che viva a spese di un altro;

La storia narra le vicende della famiglia Kim che vive in uno scantinato, con gli scarafaggi, in povertà assoluta e con una orrendo scorcio che dà sul marciapiede, dove gli ubriachi si fermano per orinare.

La svolta sembra avvenire quando il figlio riesce a trovare un lavoro, presso la ricca famiglia Park, come insegnante di inglese. Piano piano tutti i Kim troveranno lavoro dai Park, vi si insinueranno come Parassiti.

In questo film anche gli ambienti sembrano dialogare tra loro, molte volte lasciando un messaggio. La casa dei Kim è per certi versi l’esatto opposto di quella dei Park, e riflette le differenze sociali tra le due famiglie.

Infatti la pellicola è fortemente incentrata sulla lotta di classe. Esprime un pensiero preciso e lo fa attraverso una regia potentissima che raggiunge il culmine della maestria nella scena più violenta, mettendo fine al meccanismo Parassita-Organismo che si era instaurato tra le famiglie.

I Kim, abili mentitori, si mischiano perfettamente tra i ricchi, tranne per quella puzza inconfondibile che simbolicamente segna il limite invalicabile tra poveri e ricchi. Questa condizione pesa, più di tutti, sul padre che non riesce a sopportare il fatto di essere un Parassita. Egli è indubbiamente il personaggio più carismatico e forse più importante dell’intera pellicola, perché si fa carico del significato del film.

Incredibile il ribaltamento a cui lo spettatore incredulo assiste a metà del film. Quando tutto sembra tracciato, quando sembra che andrà a finire in un certo modo, il regista, con abilità, stravolge l’intera trama e intrica ancor di più il legame tra Parassiti ed Organismi, tra ricchi e poveri, come a voler dire che la ricchezza non nasce dal nulla ma che si fonda sempre(?) su qualcosa di oscuro, di orribile. È questa la funzione metaforica della stanza segreta sotterranea nella casa dei Park, ma non vi svelo altro; perché forse c’è ancora qualcuno che il film non l’ha visto ( cosa state aspettando?).

Bong Joon Ho parla di un tema delicato, quanto mai attuale, e lo fa con un’opera sublime, magistrale, che cambia sempre forma e che non si schiera mai.

1917 – RECENSIONE spoiler

Prendi una regia spettacolare interamente in piano sequenza, un grande cast corale guidato da due grandi interpretazioni, una fotografia pazzesca, un trama forse banale ma ben escogitata e ottieni il film dell’anno. Tecnicamente parlando, questo film è qualcosa di nuovo, una pellicola che sperimenta e lo fa bene.

1917 è la storia di due giovani soldati a cui viene assegnata un’importante quanto pericolosa missione: quella di consegnare un messaggio che salverà 1600 uomini da una morte certa.

Lo spettatore si ritrova nella condizione di terzo soldato silenzioso della vicenda che vive l’orrore e l’eroismo della guerra assieme ai due compagni, legati sin da subito da una forte amicizia. La regia riflette subito il significato primario del film, descritto anche nel sottotitolo della pellicola. “Il vero nemico è il tempo”. La scelta del piano sequenza ( senza tagli, senza interruzioni) è perfetta per descrivere l’inesorabilità del tempo che passa, così come l’inesorabilità della guerra. Questo va a collegarsi con l’altro aspetto che Sam Mendes decide di mettere in risalto: la precarietà della vita e della condizione dei commilitoni. In particolare, in merito a questo tema, è molto esplicativa la scena, che attendiamo per tutto il film, in un abile crescendo di tensione, dell’incontro tra Schofield e il colonnello Mackenzie. Dello stesso significato è la parte della morte di Blake, il suo compagno è infatti costretto ad assistere impotente alla sua fine.

La pellicola è anche costellata di moltissime scene memorabili, piene di significato simbolico e tecnicamente grandiose. La migliore è senza dubbio quella del fiume. Il protagonista sta infatti per cedere, per lasciarsi andare ed ha la forza di rialzarsi solo dopo aver visto galleggiare nell’acqua dei fiori che gli ricordano l’amico deceduto e la sua missione. Subito dopo il regista ci immerge in un silenzio irreale, spezzato solo da una canzone in sottofondo, trattasi di  “Wayfaring Stranger”, che parla di un viandante che deve allegoricamente attraversare il  fiume Giordano per ricongiungersi ai suoi cari.

1917 è un grande film, in cui lo spettacolare lato tecnico ( lo so abbiamo già detto, ma non smetteremo mai di ripeterlo XD) non è fine a stesso, ma mette in forte risalto una storia ben orchestrata, corposa simbolicamente e molto toccante.

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ORDINARIO CONTRO STRAORDINARIO

ORDINARIO CONTRO STRAORDINARIO

Oscar. Miglior attore. Una lotta a due. Phoenix strafavorito.

Non v’è dubbio quando diciamo che quest’anno la scena l’hanno presa Phoenix e Driver, con 2 interpretazioni così diverse tra loro eppure uguali in grandezza. Il primo sforna un lungo assolo per tutto il film, crea empatia per un personaggio pazzo, malato ed escluso da tutti. Dall’altra parte l’interpretazione di Driver è perfettamente combinata nel duo con Scarlett Johansson e ci mostra il ritratto di un padre amorevole, di un regista promettente e di un marito affranto che sta affrontando un divorzio. Entrambe nella loro diversità sono delle interpretazioni di altissimo livello, l’una rappresenta lo straordinario, la follia l’esclusione e quindi la singolarità e si scontra con l’altra che rispecchia la normalità, l’ordinario.

Chi porterà a casa la statuetta? Ordinario o Straordinario?

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Joker – Recensione

Uscito da poco piú di una settimana sta già dominando il botteghino. L’apologia della follia, un grande salto nel buio, un film strano e contorto elevato da una grandissima interpretazione.

Joker é la storia di Arthur Fleck, uomo affetto da disturbi mentali che prova a realizzare le sue aspirazioni, ma che dalla società in cui si trova prende solo calci. La prima scena é significativa della situazione del protagonista: mentre truccato da Clown prova a racimolare qualche soldo per la strada viene derubato del suo cartello e poi preso a calci, tra l’indifferenza delle persone. Cosí la società lo respinge perché diverso e poi lo abbandona con una triste impassibilità. Il suo disturbo mentale ( che consiste in una risata inquietante scatenata nei momenti meno opportuni) diventerà durante il film la chiave per l’uscita da questo mondo. Quando Arthur tenta di respingere la sua malattia questa lo fa stare male, ma quando invece l’abbraccia smette di ridere quando gli altri non lo fanno. Bellissimo il parallelismo con le scale: all’inizio le sale malinconico mentre sullo sfondo si staglia un cielo cupo. Ma una volta compiuta la sua trasformazione in Joker le scende trionfante, mentre balla con folle felicità davanti allo sfondo di un cielo azzurro e luminoso. Questo tipo di contrapposizione possiamo coglierla anche tra l’ultima scena e una delle prime. Oltre alla solita suggestiva differenza di colore ( all’inizio si trova in uno studio caratterizzato dal grigio e alla fine in uno completamente bianco) é interessante notare come, quando ha veramente bisogno dei servizi sociali, non può usufruirne per “tagli” ai fondi da parte del comune, che tradotto é un’altra porta che la società gli sbatte in faccia. Mentre quando non hanno piú nessuna utilità, perché ha ormai accolto la sua malattia, si ritrova una dottoressa anche migliore di quella che aveva prima. Questo insieme al dialogo in studio, uno dei momenti di grande cinema del film, con il presentatore Murray, interpretato da Robert De Niro, sono i 2 episodi in cui piú forte viene ribadito il messaggio di denuncia del film. Di chi é la colpa quando persone come Arthur vengono abbandonate dal mondo in cui vivono e poi commettono atti orribili?

Non troviamo un Joker spietato, orribilmente cinico come quello del Cavaliere Oscuro bensí una persona fragile, isolata per la quale lo spettatore empatizza nonostante le terribili azioni che commette, in questo sta il piú grande pregio dell’interpretazione di Joaquin Phoenix. Il regista é abile ad inserire alcune stranezze ed incongruenze all’interno della trama che ci fanno capire che il film é visto dalla mente instabile e visionaria di Arthur. Stranezze che trovano chiusura nell’ultima battuta dall’incerto significato. Molti fan vi hanno formulato teorie, ma noi preferiamo lasciarla lí, senza spiegazione apparente, cosí come ha fatto Philips.

Non manca il dualismo eroe-cattivo. Nei giornali Joker viene chiamato “Vigilante”, lo stesso Thomas Wayne critica il fatto che chi ha commesso l’omicidio si nasconda dietro una maschera. É il ribaltamento del ruolo di Batman, che altri non é che la nemesi del pagliaccio. Un altro tema geniale inserito dal regista é quella della corsa ( nella scena iniziale, quando ruba i fascicoli della madre e nella metropolitana), cosí sgraziata e scoordinata che accompagna in un climax la metamorfosi di Arthur: la situazione iniziale, la consapevolezza e la trasformazione finale.

Tantissime sono poi le citazioni e i rimandi che il regista occulta nel film a diversi livelli. Quelli più evidenti sono a Taxi Driver e Re per una notte. Non mancano ovviamente i riferimenti a Batman, alcuni in bella mostra ( come morte dei genitori di Bruce) ed altri più nascosti ( come il riferimento al film di Zorro che ha influenzato il personaggio dell’uomo pipistrello).

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