GREEN BOOK – IL VIAGGIO DI UN’AMICIZIA

Prendete un nero che non è affatto un nero, veste con abiti sfarzosi, non fa musica jazz, non conosce Aritha Franklin, ha un maggiordomo indiano e vive in solitudine. Poi prendete un bianco che non è affatto un bianco, fa il buttafuori, ha il pugno facile, non sa scrivere una lettera e ingurgita quintali di cibo ( soprattutto il pollo fritto). Mettete tutto insieme ed ecco che nasce un’esilarante commedia giocata su un continuo ribaltamento dei ruoli e sulla distruzione degli stereotipi. Mahershala Ali  intrpreta un talentuoso pianista di musica classica che insieme al suo autista ( il nominato all’oscar Viggo Mortensen) dovrà portare la sua musica nel sud di un’ America in cui il sentimento razziale è ancora molto radicato. La pellicola, diretta da Farrelly, è completamente costruita sul rapporto tra i due protagonisti, le cui identità uguali e opposte si scontreranno creando momenti tanto umoristici quanto drammatici. Nascerà una grande amicizia tramite la quale ognuno imparerà qualcosa dall’altro. Si, perchè Green Book è un Road Movie. Il viaggio compiuto dai protagonisti non è solo quello al volante della Cadillac Sedan DeVille ma è anche metaforico. I risultati di questa maturazione reciproca si mostreranno in quello che sarà un lieto fine e l’inizio di rara e preziosa amicizia.

Green Book è un viaggio nell’animo umano, che ci narra, con leggerezza e ironia,  di un’amicizia sincera e genuina che supera l’insensato odio discriminatorio dell’America degli anni 60′.

 

E voi avete apprezzato questa pellicola premio oscar al miglior film? Scrivetelo nei commenti.

#CultInQuarantena – L’attimo Fuggente

Ben ritrovati alla nostra rubrica cinematografica sulla quarantena.

Il film di cui voglio parlare oggi è un cultissimo del 1989 portato al successo da una grandissima interpretazione di quel personaggio brillante ed estroverso che era Robin Williams.

Nonostante la trama sia apparentemente semplice, “un professore di liceo  arriva in un college dalle ristrette vedute e trasmette ai suoi ragazzi, tramite la letteratura, un nuovo modo di pensare e di vivere la vita”, cerca di comunicare un significato profondo. L’anticonformismo diffuso dal professore ai suoi alunni, il concetto di agire in libertà, di cogliere l’attimo sbagliato o giusto che sia, va a scontrarsi con la mentalità chiusa e rigida del college come un treno farebbe contro un muro di mattoni. Non è la classica storia del ragazzo che si ribella ai genitori e alla scuola per inseguire i propri sogni. L’attimo fuggente vuole esprimere molto di più che questo banale concetto. Vuole essere un manifesto alla libertà, al già citato anticonformismo e al potere di credere in un’ideale. I ragazzi apprendono questi valori tramite le citazioni letterarie e le originali lezioni del professor Keating che non insegna ai ragazzi la letteratura, ma “a pensare di testa propria” grazie ad essa. La pellicola vanta inoltre una interpretazione degli attori e una messinscena eccelsa. La fotografia che gioca con i malinconici colori autunnali lascia presagire che qualcosa andrà storto, che il muro di mattoni crollerà e il treno uscirà dalle rotaie. Il film finirà in  tragedia. Tragedia che si realizzerà in una scena mistica, quasi fantasy, enfatizzata da una regia magistrale che porterà la tensione alle stelle. Il finale, tra i più acclamati della storia del cinema, riflette il significato di tutto film. I ragazzi si ribellano ancora una volta per quello che credono giusto, per il loro professore. ” O Capitano, mio Capitano” diceva il vecchio zio Walt.

Voi che ne pensate? scrivetelo nei commenti.

#CultInQuarantena – Le Iene

La quarantena continua e così anche questa rubrica.

Grande regista. Grande opera prima. Non è la prima volta che grandi registi sfornino cult di questo calibro alla loro prima performance. Basti pensare a Orson Welles e al suo Quarto Potere che ha cambiato la storia del cinema. Anche Tarantino risponde al paradigma del grande esordio e lo fa alla grande con “Le Iene”.

8 uomini, di cui non conosciamo i veri nomi, compiono una rapina, ma qualcosa va storto. Una volta al sicuro i rimasti cominceranno a sospettare che ci sia una talpa tra loro…

Tarantino, in questa sua opera prima, delinea fin da subito quelle caratteristiche che renderanno inconfondibile ogni suo film, per le quali sarà tanto amato quanto odiato dal pubblico di tutto il mondo. A cominciare dai dialoghi assurdi e completamente fuori posto grazie ai quali, tramite varie chiavi di lettura, riesce a conquistare una vasta gamma di pubblico, da quello più autoriale e ricercato a quello meno esigente. Uno di questi si trova proprio nella scena d’apertura. La cosa innaturale è che i personaggi stiano parlando animatamente e con piacevole leggerezza di una canzone di Madonna prima della rapina. L’abilità Tarantino sta proprio nel trasformare questa ” innaturalezza” in qualcosa di ordinario, indispensabile per le sue pellicole. Il regista di Los Angeles confeziona così un gran film, reinventando il Noir anni 70′ in aggiunta alla particolare caratterizzazione dei personaggi tipica dei suoi film. La genialità del film sta, oltre che nella messa in scena e nei dialoghi, nella scelta di non mostrare la rapina e di raccontare il background di ciascun personaggio mediante continui flashback, che stanno alla base dell’intera narrazione. Sempre presenti le scene di violenza ad alta tensione, attenuate da flashback e dialoghi infiniti apparentemente fuori contesto.

Da ricordare lo scarso budget nelle mani di Tarantino che lo ha spinto ad attingere ancor di più dalla sua irrefrenabile maestria e creatività cinematografica.

Sicuramente un Cult da non pedere che vi consigliamo vivamente, scriveteci cosa ne pensate nei commenti.

 

 

#CultInQuarantena I SOLITI SOSPETTI

Mentre la quarantena continua noi del Blog abbiamo deciso di aprire questa nuova rubrica: Cultinquarantena, nella quale vi consiglieremo alcuni film ormai diventati cult che occupano un posto importante nella storia del cinema.

I SOLITI SOSPETTI
A New York 5 criminali, accusati di aver rubato un camion pieno d’armi, vengono portati in centrale per un confronto all’americana. Verranno rilasciati per insufficienza di prove, ma in cella, durante l’attesa, decidono di mettersi insieme per un colpo. Le cose sembrano andare a gonfie vele per la nuova banda di malviventi fin quando una misteriosa figura, Keyser Soze, si metterà sulla loro strada…

Per la regia di Bryan Singer e la sceneggiatura premio oscar di McQuarrie, I soliti Sospetti è un film che fa della narrazione il suo principale punto di forza. Il film si sviluppa infatti in 2 livelli e mescola diversi generi, dal Noir al Thriller passando dal poliziesco e addirittura in alcune sfumature, al Fantasy. Perfetto il ritmo del film che diventa mano a mano più incalzante e brillante la scelta di farlo in entrambi i livelli narrativi.

Una delle trovate più geniali della pellicola è quella del personaggio di Keyser Soze; presentato al pubblico e visto dai personaggi come una figura mitologica, quasi il cattivo di una favola che i criminali raccontano ai loro figli. Più volte durante il film, la figura di Keiyser Soze agisce come qualcosa di distante, irraggiungibile, come un’ombra di cui tutti hanno paura. Proprio questa particolare costruzione del personaggio, ben inserita all’interno della trama e fulcro dell’intera opera, renderà il finale, già di per sé grandioso, uno dei migliori della storia del cinema.

Da segnalare la prova attoriale di Kevin Spacey che gli varrà il premio oscar.

PARASITE – LA RECENSIONE

Prima di iniziare a scrivere questo articolo, ho digitato su internet la parola parassita per cercarne la definizione e sono rimasto vagamente sorpreso di quanto sia rappresentativa del film. In biologia, qualsiasi organismo animale o vegetale che viva a spese di un altro;

La storia narra le vicende della famiglia Kim che vive in uno scantinato, con gli scarafaggi, in povertà assoluta e con una orrendo scorcio che dà sul marciapiede, dove gli ubriachi si fermano per orinare.

La svolta sembra avvenire quando il figlio riesce a trovare un lavoro, presso la ricca famiglia Park, come insegnante di inglese. Piano piano tutti i Kim troveranno lavoro dai Park, vi si insinueranno come Parassiti.

In questo film anche gli ambienti sembrano dialogare tra loro, molte volte lasciando un messaggio. La casa dei Kim è per certi versi l’esatto opposto di quella dei Park, e riflette le differenze sociali tra le due famiglie.

Infatti la pellicola è fortemente incentrata sulla lotta di classe. Esprime un pensiero preciso e lo fa attraverso una regia potentissima che raggiunge il culmine della maestria nella scena più violenta, mettendo fine al meccanismo Parassita-Organismo che si era instaurato tra le famiglie.

I Kim, abili mentitori, si mischiano perfettamente tra i ricchi, tranne per quella puzza inconfondibile che simbolicamente segna il limite invalicabile tra poveri e ricchi. Questa condizione pesa, più di tutti, sul padre che non riesce a sopportare il fatto di essere un Parassita. Egli è indubbiamente il personaggio più carismatico e forse più importante dell’intera pellicola, perché si fa carico del significato del film.

Incredibile il ribaltamento a cui lo spettatore incredulo assiste a metà del film. Quando tutto sembra tracciato, quando sembra che andrà a finire in un certo modo, il regista, con abilità, stravolge l’intera trama e intrica ancor di più il legame tra Parassiti ed Organismi, tra ricchi e poveri, come a voler dire che la ricchezza non nasce dal nulla ma che si fonda sempre(?) su qualcosa di oscuro, di orribile. È questa la funzione metaforica della stanza segreta sotterranea nella casa dei Park, ma non vi svelo altro; perché forse c’è ancora qualcuno che il film non l’ha visto ( cosa state aspettando?).

Bong Joon Ho parla di un tema delicato, quanto mai attuale, e lo fa con un’opera sublime, magistrale, che cambia sempre forma e che non si schiera mai.